sabato 11 giugno 2016

La notte di Amelia

Amelia fece schioccare la serratura della porta di casa e un marchingegno si azionò, producendo un lento rumore di spessi tubi d’acciaio che scorrono. Non entrò subito: chiuse gli occhi e fece un lungo respiro per nutrirsi dell’aria ferma della notte. Era un’aria serena, che sembrava aver dimenticato tutti i rumori del giorno: si espandeva rilassata ad abbracciare gli spazi vuoti tra gli edifici, a confortare il sonno di uccelli accovacciati sugli alberi, a solleticare i signori della notte perché uscissero dalle loro tane. Affascinata da quell’atmosfera Amelia tolse la mano dalla maniglia e si voltò, facendo sprofondare lo sguardo nell’oscurità. Era una notte senza luna, illuminata qua è là dai lampioni della strada. Ammirò la linea precisa che separava il limite dei campi dal cielo: un nero cupo e indecifrabile contro un cielo appena blu, rischiarato da qualche città lontana. Il paesaggio, rispetto al giorno, era profondamente mutato ma comunque percepibile. Sentiva i suoi sensi amplificarsi per adattarsi ad esso, e vedeva. Vedeva ogni contorno degli alberi, percepiva ogni sfumatura. Sentiva i passi scricchiolanti dei ricci, coglieva il volo dei pipistrelli. La notte ormai l’avvolgeva, vi si era addentrata. Fu allora che alzò lo sguardo verso l’alto: le stelle. Scorsero nelle sue vene antiche emozioni, si sentì protetta. Pensò a Dante che, giunto alla fine dell’Inferno, volle rivedere le stelle come suggello del suo viaggio infernale: le stelle come sospiro di sollievo dopo aver attraversato il luogo di perdizione più nero. Amelia si sentì così: accolta tra le braccia della notte, confortata da ogni angoscia della giornata. Finalmente i suoi muscoli si distendevano, mentre perdeva la sensazione di pesantezza del suo corpo. Così leggera rivide le sue costellazioni. Sorrise lievemente, un tremito di gioia la percorse. Si sentì parte di quel cielo, la stella dentro al suo petto tremò ora che si era ricongiunta alle sue compagne.

mercoledì 27 aprile 2016

Ritratti: viaggiatori, n.1

Siede davanti a me una ragazza bruna. E' adulta - lo si percepisce dai modi - ma la sua corporatura fa pensare a una bambina: esile e minuta, credo che non superi il metro e mezzo di statura. Si fa ancora più piccola rannicchiandosi su di sé per trovare un po' di riposo in questo suo viaggio. Con una mano mezza nascosta dal cappottino grigio stringe una matita che sembra molto grande e importante così chiusa tra quelle piccole dita. L'agenda nera che tiene in grembo, si capisce, è un album da disegno o qualcosa di molto legato all'arte - sprigiona un senso di poesia tale che non è possibile pensare altrimenti. Le calze nere che incredibilmente riescono a stringere alla perfezione gambe così minute hanno un qualche filo tirato. Un qualche buco. Forse vogliono semplicemente rispecchiare uno stile di vita un po' vagabondo e trasandato, che accoglie la vita così com'è, con tutte le sue imperfezioni. Quelle gambe affondano in stivaletti altrettanto piccoli, neri, che proteggono il piede in modo così dolce. Sono stivaletti con lacci, in stile ottocentesco: quasi un sigillo che rimanda tutta la persona a un'altra dimensione. Chissà dove sta andando questa piccola ragazza, cosa lascia e cosa va a trovare. Chissà quali sentimenti vibrano dentro di lei. Sembra un vaso silenzioso che racchiude un liquido pronto a traboccare.
Ecco: come un riccio non più impaurito distende la schiena e si sveglia. Spalanca gli occhi grandi, verdissimi. Per un attimo mi guarda: forse si chiede se io la stia osservando o se stia semplicemente fissando un punto vuoto. Ancora non si decide a svegliarsi: gli occhi si stropicciano varie volte, la testa richiede l'appoggio del braccio per poter stare sollevata. Alla fine ci riesce: tiene gli occhi aperti un po' increduli per via del sonno e guarda il paesaggio - campi verdi spenti dal grigiore plumbeo. 
La sua aura si percepisce, è tutta attorno a lei come se proiettasse volute di fumo che si muovono al ritmo di una melodia silenziosa. I gesti cadenzati danzano con lei: sicuri, sanno già quale posto dovranno occupare, come se la loro fosse una conoscenza innata. Questa ragazza non ha paura, il nuovo non la intimidisce. Le sue mani rivelano tutti i corrimano di Parigi che hanno percorso, tutti i bicchieri di città sconosciute che hanno portato alla bocca, assieme ogni passo tra uno e l’altro, sorso dopo sorso. Quanti ritratti rubati a soggetti ignari, quanti fiumi di parole scivolati sulla carta durante interminabili viaggi in treno. Con distacco e pienezza ha reso ogni singolo posto la sua casa: basta mezz’ora per adattarsi. Il corpo cade sfinito, e in quel momento tutto ciò che ha a disposizione diventa casa: va bene un sedile, come un cuscino, un marciapiede o un letto d’hotel – tutto sembrerà un petalo di rosa.
Una certa malinconia si mischia alla sua poesia errante: occhi pronti ad afferrare, perfettamente rotondi, ma non entusiasti. La sua sembra una certa curiosità distaccata, e forse indifferenza per l’aspetto di ciò che la circonda: la vedo contemplare questi prati che sfilano oltre il finestrino del treno, ma non rimangono affissi nei suoi occhi. La loro immagine scivola via mentre lei assorbe tutto il resto: l’iride travasa l’essenza delle cose, e lei raccogliendola nel petto la amplifica. Questa è la vera musica, il nutrimento continuo di quella sua aura di poesia.

Una parola. La sua voce è così sospirata, sapiente. Sa dove andare. Sa chi è stata. Forse non sa chi è. 

martedì 5 aprile 2016

(Riva del fiume)




Quiete, o quiete
odio la tua stasi -
camminando su di te
come suolo conosciuto
calpestato, appiattito
dai passi dell'abitudine.
Sei freno all'ardire
sabbia in cui il fuoco non s'apprende.

Rupi scoscese
intrepidi mari
cieli ventosi
nel mio animo:
intrepidano il cuore.

Tremo d'ardore
ma le mani non muovono
il remo - troppo sicuro è
il tuo rifugio
perché io vada,
o mia quiete
mia odiata quiete.

lunedì 1 giugno 2015

La Venezia di Calvino

Venezia è un paradosso onirico diventato realtà. Questo è il motivo del suo incanto: gli edifici si reggono sull'acqua senza fuggirla, la accolgono ai piedi delle loro porte, le loro scale si lasciano inondare.  Diventano le portatrici del segreto del mondo marino - come dicessero che la città vive un'altra vita, rovesciata sotto al fondo delle barche, e che in ogni momento vi si può accedere.
Calvino non a caso ha scelto Marco Polo come protagonista de Le città invisibili: il viaggiatore non si è inventato nulla, era tutto già racchiuso nella sua città natale. Ha semplicemente rievocato quei giochi di ponti canali calle scale scalette rimasti indelebili nella sua memoria. Nel lontano Oriente ha capito che non c'è città migliore della duplice Venezia, un paradosso onirico diventato realtà.

mercoledì 15 aprile 2015

Sentimento ed emozione nell'arte contemporanea


Noi, nella nostra contemporaneità, viviamo di emozioni. Il nostro apollineo è racchiuso in quel secondo così profondo, individuale, incomunicabile, che solo parzialmente si può manifestare. Perciò la nostra arte è effimera: la pittura fatica a riprodurre l’emozione interiore ed è stata abbandonata a favore del cinema. Il film è un’arte d’azione: il mistero dei sentimenti umani si mescola all’artificio della scenografia e diventa una pura illusione su uno schermo. È inafferrabile, proprio come l’emozione che tanto ci affascina. Non potrebbe essere altrimenti: noi riproduciamo nell’arte quello che sentiamo dentro di noi. Non saremmo in grado di produrre opere granitiche, resistenti ai secoli. E, anche quando lo facciamo, ricerchiamo l’irrequietezza del provvisorio: allora in architettura diamo vita a palazzi pericolanti, al limite dell’impossibile: l’emozione scorre nella loro ossatura di cemento. Così costringiamo la pesantezza ad esprimere per sempre la leggerezza di quei sentimenti che tanto ci affascinano.

Foto di Marcel Gautherot

martedì 23 dicembre 2014

Pioggia in città

Quel giorno una grande nuvola nera bagnava tutta la città. Le strade diventavano specchi tremolanti continuamente infranti dalle vetture affrettate. Più in là qualche incrocio diventava un concerto di clacson, un’esplosione improvvisa di quella musica strana che Bianca aveva sempre sentito. Lei dal suo banco di scuola poteva ammirare tutta la scena: si faceva piccola piccola accanto alla finestra e, senza farsi vedere, sbirciava la città – o meglio, quello che ne vedeva attraverso il vetro appannato dal suo calore. La posizione alta dal quarto piano le permetteva una vista privilegiata sull’ampia strada sottostante e sulle piccole macchine tutte in fila ordinata, rombanti d’impazienza. Di tutte quelle auto vedeva bene le lucine rosse posteriori, così sgargianti: pareva colorassero a festa la via. Per non parlare del fumo bianco che ne usciva borbottando in goffe nuvolette che si dissolvevano sinuose. Eh sì, quando pioveva, la città era proprio bella e Bianca fremeva su quel banco verde. Al suono della campanella di fine lezione sarebbe scappata nelle vie a caccia delle meraviglie della pioggia. Sotto il banco stringeva nelle manine un piccolo oggetto del laboratorio dello zio dal nome altisonante: un pluviometro nuovo di zecca. L’aveva tenuto da parte per un’occasione speciale e quel giorno l’avrebbe finalmente usato.
La lezione finì e lei volò nel piccolo giardino affollato dai bimbi. Protetta dal suo ombrello, si accovacciò per qualche istante sotto all’unico albero. Allungò la mano e con il pluviometro raccolse le gocce che scivolavano lungo le foglie. Com’eran dolci! Bianca pensò che scendessero dal cielo solo per posarsi a quel modo su di loro, e accarezzarle prima di cadere al suolo. Allora guardò soddisfatta tutte le carezze che in poco tempo aveva raccolto ed alzò lo sguardo, pronta a scovare le altre meraviglie della pioggia.
Alcuni passanti videro quella bambina camminare allegra, un po’ asciutta e un po’ bagnata: ogni tanto, infatti, spingeva via dalla testa l’ombrello per guardare il cielo e poi si ritraeva al sicuro, ridendo per le goccioline che le colavano sulle guance. Nessuno poteva immaginare che stesse cercando il punto esatto in cui quell’acqua nasceva, nel cielo sconfinato. Altri la videro ballare e canticchiare accanto agli ingorghi del traffico: per lei quella era una delle più belle sinfonie, così scoppiettante: il clacson grave del camioncino veniva sovrastato da quello più acuto della macchinetta, ed ora l’uno ora l’altro suonavano ad intermittenza. Così, da una parte all’altra della via, vicino o in lontananza, un ritmo si creava e le goccioline svelte cadevano su quelle note. A Bianca ricordavano le ballerine che aveva visto ad un balletto con papà: allora, tra una giravolta e l’altra, ogni tanto allungava il braccio e lasciava scivolare quelle piccole ballerine nel pluviometro, accanto alle carezze del cielo.
A Bianca non piacevano solo queste danze rombanti, ma la affascinavano anche i concerti della pioggia nelle strade chiuse al traffico: alcuni goccioloni, cadendo sul suo ombrello con un grosso tonfo, parevano il suono grave di tamburi, altri, cadendo sulle grondaie, riecheggiavano di suoni metallici. La piccola si rannicchiò accanto ad un muro, così da essere protetta dal tetto della palazzina, e chiuse gli occhi.  Seguì quel nuovo ritmo fatto di suoni delicati. Nel vicolo non c’era nessun altro rumore e forse solo lì la pioggia poteva suonare indisturbata la canzone del suo cielo. Si immaginò il signor direttore di quell’orchestra, che doveva essere nascosto lassù: un omino bianco e spugnoso che, steso su una nuvoletta, agitava la bacchetta di direttore. La faceva vorticare in aria in curve e cerchi e le goccioline si disponevano su quelle traiettorie invisibili; poi, al segnale dell’omino, si lasciavano cadere una per volta o tutte insieme, a seconda della canzone. Allora a Bianca pareva di veder quei segni invisibili tracciati dal direttore e si accingeva a raccoglierli nel pluviometro, così frammentati nelle gocce.

A fine giornata, soddisfatta del suo raccolto, guardò nel piccolo oggetto e ammirò di nuovo le carezze, le ballerine e le note del cielo: vedeva ancora i loro volteggi nei riflessi del liquido, o nelle piccole onde sulla superficie. Certo quelli non erano solo pochi millilitri di acqua piovana…

mercoledì 3 dicembre 2014

Geometrie nella trilogia “I nostri antenati” di Italo Calvino

Sembra irrinunciabile per Italo Calvino l’esistenza di una geometria all’interno dei suoi romanzi, una solida struttura di relazioni attorno cui la narrazione stessa si sviluppa. Un sistema razionale è infatti frutto del fare poetico di questo autore: egli, per parlare del reale, riconduce la pluralità inafferrabile del mondo circostante a pochi elementi essenziali che poi combina e ricombina in relazioni poliedriche, come fossero carte del gioco dei tarocchi. Da queste relazioni che si creano scaturisce poi il suo racconto regolare tutto volto a trattare di quella realtà caotica che l’autore dapprincipio ha rifuggito.
L’importanza di queste strutture geometriche e la loro capacità, seppur siano così regolari, di esprimere l’irregolarità della realtà quotidiana è visibile nella trilogia I nostri antenati, realizzata negli anni Cinquanta del Novecento. Qui, tra vaghe ambientazioni fiabesche, echi di epoche lontane e borbottii di eserciti schierati affiorano geometrie tutt’altro che indefinite. Esse si instaurano tra i protagonisti dei racconti, tra i vari personaggi che li popolano e tra pochi elementi del paesaggio. Potremmo seguire linee rette o arricciate anche nelle azioni che questi personaggi compiono, o nelle caratteristiche che li connotano: evidente è il caso del visconte Medardo di Terralba sciaguratamente diviso da una palla di cannone in due metà perfettamente simmetriche, e che così mozzato dimezza ogni cosa che incontra. Altro caso è quello di Agilulfo, un cavaliere senza corpo che esiste solamente grazie alla sua volontà e che forse guarda con languida invidia il suo scudiero tutto corpo e niente coscienza. Infine è rilevante un barone in apparenza tutto intero, ma che ha bisogno di imporsi di vivere sugli alberi per sentirsi tale, personaggio che esprime in modo più implicito la geometria esplicita presente negli altri due romanzi della trilogia. Tuttavia questi sono solo i tratti generali del sistema combinatorio dei pochi elementi che l’autore si è divertito a creare, sempre diverso e innovativo in tutti i racconti presi in considerazione.
Innanzitutto riducendo all’osso la struttura de Il visconte dimezzato troviamo un sistema binario di contrapposizioni. Esso è visibile nell’immagine stessa del protagonista. Il visconte Medardo di Terralba in una battaglia è stato colpito da una palla di cannone e ne è rimasto mozzato in due metà assolutamente simmetriche quanto opposte: quella destra sembra racchiudere la parte negativa di Medardo, tanto che si avvale del nome di Gramo per le azioni orribili che compie, mentre la metà sinistra è totalmente buona. Non contento di aver creato questa dicotomia così netta, l’autore la espande anche alle azioni delle singole metà: mentre il Gramo si diletta a condannare a morte gli abitanti del suo regno ed a commettere malignità d’ogni sorta, la metà buona compie opere di carità in modo insaziabile. Tale perfetta contrapposizione si esprime anche nella caratterizzazione – seppur blanda – delle due metà. Entrambe hanno infatti subito il dramma della perdita di una parte di se stessi, comprendendo di non essere stati interi nemmeno in precedenza alla loro scissione, ma reagiscono a tale presa di coscienza in modi opposti. Se da un lato il Gramo vorrebbe dividere a metà tutti gli elementi del mondo perché nessuno di essi è intero, dall’altro la metà buona vorrebbe consolare tutti gli individui del dolore provocato da questa scoperta, compiendo atti magnanimi.
Una seconda opposizione è riscontrabile nei due personaggi che rappresentano la scienza: mastro Pietrochiodo e il dottor Trelawnay. Il primo, carpentiere al servizio del visconte, esprime un sapere pratico: impiega la sua raffinata conoscenza tecnica per realizzare le opere commissionategli da Medardo nel modo più efficiente possibile. Il suo operare assume però una connotazione negativa. Il Gramo infatti gli ordina ordigni di morte per impiccare le persone che condanna, e mastro Pietrochiodo si impegna nella loro realizzazione senza preoccuparsi del loro futuro impiego.
Se da una parte il sapere scientifico di Mastro Pietrochiodo è pratico e utile ma in un’accezione estremamente negativa, dall’altro il sapere astratto del dottor Trelawnay è innocuo ma totalmente inutile. Proprio questo personaggio, in quanto dottore, dovrebbe darsi da fare sul piano pratico curando i propri pazienti, ma non fa ciò: non visita nemmeno la povera balia Sebastiana che, ingiustamente accusata dal Gramo di aver contratto la lebbra, viene allontanata dalla cittadina. Si perde invece in ricerche scientifiche totalmente inutili, come possono esserlo il trovare la cura di una malattia dei grilli che non provocava nessun danno, ricerche geologiche, e infine tentativi di acchiappare i fuochi fatui nei cimiteri.
Un ultimo evidente contrasto si articola tra le due comunità che popolano il romanzo, esterne al paese. La prima consiste in un gruppo di ugonotti che, scappati dalla Francia, si sono insediati a Col Gerbido.  Questi hanno sciaguratamente perduto i loro libri sacri durante la traversata delle montagne ma, seppur privi del loro rito, non vogliono rinunciare a praticarlo: creano quindi un sistema di proibizioni da osservare estremamente rigido. Vivono così tra penitenze, duro lavoro – in una terra probabilmente arida se si considera il significato del nome del luogo, Gerbido – e assoluta serietà,  tanto che anche il più piccolo accenno di riso viene condannato. A compensare la cupezza degli ugonotti vi è la comunità dei lebbrosi che abbonda di lasciva allegria. Così allontanati dai cittadini che temono il contagio, i lebbrosi confinati a Pratofungo godono di una libertà quasi assoluta e nella loro cittadina vivono in continue feste, musiche, balli e danze.
Tale struttura di contrasti netti tra due personaggi o gruppi di persone è in parte presente anche ne Il cavaliere inesistente. Agilulfo, il protagonista del racconto, è un cavaliere singolare in quanto privo di corpo: si presenta come un’armatura bianca e impettita ma vuota al suo interno. Egli infatti esiste solamente perché ha volontà  d’esistere, come egli stesso afferma. Sembra non avere anche atteggiamenti tipicamente umani: oltre a non dover dormire, è privo di mollezze, di sentimenti. Si dimostra al contrario il massimo dell’esattezza e della razionalità: non solo non sbaglia mai un’azione, a partire dalle piccole mansioni che deve svolgere all’accampamento, ma è estremamente geometrico nel compierle. È proprio tale ferma razionalità che lo tiene in vita, dato che una sola idea incerta metterebbe in discussione la sua stessa esistenza.  Simbolica a riguardo è la sua morte: egli, dissolvendosi, lascia l’armatura impilata in una perfetta piramide. Agilulfo solo-volontà vorrebbe ciò che il suo scudiero ha ma che non sa d’avere: un corpo. Gurdulù è infatti il suo esatto contrario, in quanto esiste fisicamente ma non è assolutamente cosciente della propria esistenza. Il suo procedere è, al contrario di Agilulfo, curvo e imprevedibile, a zig zag. Se si considera che egli crede di essere tutto ciò che vede davanti a sé si comprende il motivo di tale andamento: potrebbe addirittura gettarsi in un lago starnazzando convinto di essere una papera, alla vista di essa. Perciò, così privo di identità, non ha nemmeno un nome unico e gli appellativi che lo connotano cambiano da paese a paese. Questi due personaggi sono quindi opposti ma legati tra loro da una relazione molto stretta in quanto ognuno ha ciò che l’altro dovrebbe avere per essere completo. Tuttavia tale contrasto non ha un ruolo centrale come avviene ne Il visconte dimezzato, ma è marginale per quanto riguarda lo sviluppo della vicenda. Per capirne le trame, dobbiamo ricercare questa stessa opposizione in veste implicita, all’interno di altri personaggi. Uno di questi è il giovane Rambaldo che vuole affermare la propria identità di uomo attraverso azioni valorose sul campo di battaglia, come può essere la vendetta del proprio padre ucciso dai Turchi. Egli è infatti continuamente sospeso tra l’incoscienza e la coscienza di esistere, incarnando un punto di contatto tra le figure di Agilulfo e Gurdulù.
Nella sua affermazione dell’identità Rambaldo è spinto a cercare il cavaliere inesistente in quanto figura più solida di ogni altro soldato presente, ma proietta la meta della sua ricerca anche in un altro personaggio: la bella Bradamante della quale si innamora. Crede infatti di poter finalmente ottenere una solida prova della propria identità di uomo attraverso l’amore per la donna. Tuttavia anche Bradamante, seppur apparentemente così razionale e perfetta, è nel bel mezzo di una ricerca: tende all’esattezza e alla perfezione d’animo che non vede in sé, ma nel suo amato Agilulfo. Ecco che si profila un esempio delle relazioni geometriche che intercorrono tra i personaggi. Rambaldo cerca di affermare sé stesso appoggiandosi alla solida figura di Agilulfo, ma le sue azioni prendono altre due direzioni: l’affermazione attraverso il valore militare e attraverso l’amore per Bradamante. Anche Bradamante è però insicura, e tende all’esattezza di Agilulfo per realizzarsi.
Ne il cavaliere inesistente sembra venir meno la rigida dicotomia che era alla base del racconto ne Il visconte dimezzato, creando così un disegno geometrico più articolato: le linee di contrasto ora convergono in un personaggio unico, ora coinvolgono più personaggi. Portando la geometria ad un livello interiore ha inoltre maggiore importanza il messaggio che l’autore vuole esprimere, che diventa così inscindibile dal costrutto geometrico. Un disegno ancora meno esplicito e fortemente legato a valori etici si presenta ne Il barone rampante, come si può ben vedere dalla trama del romanzo. Non vi è più una dicotomia netta tra il protagonista e un altro personaggio a lui diametralmente opposto, ma troviamo un solo protagonista. L’unica opposizione esplicita che pervade tutta la storia è inoltre provocata dal protagonista stesso: dal momento in cui Cosimo decide di vivere sugli alberi si crea una forte opposizione tra aria e terra. Tale divisione fisica assume valore cruciale solamente in base al volere di Cosimo, che diventa di conseguenza il motore vero e proprio della vicenda, assieme alle motivazioni di tale scelta. Egli vuole prendere le distanze dalla realtà che lo circonda per poterla vedere meglio da un punto di vista distaccato, e per potervisi inserire. Decidendo di non metter più piede sulla terra, egli non si allontana dagli uomini che la abitano, come si potrebbe credere. Al contrario, tale vita gli permette di inserirsi nella comunità molto più di quanto potesse fare stando nella propria residenza: socializza con contadini, viandanti, la marchesina Viola, briganti, carbonari... insomma, tutte le persone che gli capita d’incontrare. Un esempio della maggiore vicinanza agli altri che questa presa di distanza permette è l’amicizia con il Cavalier Avvocato Enea Silvio Carrega, figura che, stando sulla terra, Cosimo non aveva mai conosciuto. Così due piani terra e aria si contrappongono, ma presentano frequentissimi punti di contatto, tanto che sembra che tale opposizione serva al raggiungimento di un’unità: in questo caso la geometrica contrapposizione si disperde all’interno della trama, immergendosi nel significato etico che essa stessa esprime. Inoltre è proprio per trovare una propria identità – e quindi un’unità – che il protagonista decide di vivere sugli alberi: il nostro autore ci fa infatti sapere che è possibile realizzare la propria pienezza sottomettendosi a “un’ardua e riduttiva disciplina volontaria”.
Come si è dimostrato, la regolarità della struttura e dei rapporti tra i personaggi è fondamentale in queste opere di Italo Calvino per esprimere in primis una particolare condizione: quella dell’uomo che è incompleto ed aspira ad un’unità, sia questa divisione fisica, sia totalmente interna. Tali contrapposizioni che appaiono così lontane dalla vita reale costituiscono il fondamento per discutere, senza mai offrire una risposta univoca, di valori e problemi che riguardano la realtà stessa.