martedì 8 ottobre 2013

Nostalgia di primavera

Un salice si rispecchia nell'acqua sottostante. Malinconico, guarda i suoi rami piangere gocce di pioggia leggera che lentamente scorrono verso il basso, fino a far vibrare il suolo bagnato.
Non si sente nient'altro se non il ritmico ticchettio desolato: la natura subisce il peso della pioggia; non si oppone a quell'acqua placida che per necessità la invade. Essa parla, sola, in un teatro di attori muti; perfino un filo di ragnatela spezzato dalle gocce, in silenzio, soffre.

 In lontananza il rosso scarlatto di una rosa tardiva, sbiadito dal freddo autunnale, trema confuso: non trova il calore di un raggio di sole che per tanto tempo l'ha accolto, al suo sbocciare.


sabato 14 settembre 2013

Racconto di quotidianità

Si trovava nella cucina spoglia, illuminata dalla luce autunnale che filtrava dalla finestra aperta. Un sole estivo colpiva il giardino reduce dagli ultimi giorni roventi; presto il suo bagliore sarebbe diventato sempre più pallido e fioco, coperto da nebbie e fredde nubi. Una leggera brezza entrava nella stanza, avvolgendo le braccia ancora nude della giovane donna; subito la percorse un brivido che sembrava annunciare l'arrivo dell'autunno. Quel cambiamento di temperatura la distolse dal suo lavoro quotidiano e con un gesto meccanico si coprì con lo scialle. Lentamente si riavvicinò al bollore della pentola per ricominciare ciò che aveva interrotto, ma non lo fece. Timidamente estrasse le mani e pian piano le aprì sul piccolo fuoco, cogliendo il vapore caldo dell'acqua in ebollizione. Restò così per qualche istante: godeva della segreta calma millenaria racchiusa in quel cambiamento lento e ripetitivo. Sola e immobile, pensava all'antico fascino dell'eterno succedersi delle stagioni.

giovedì 29 agosto 2013

Il vecchio, pazzo Belzebù

Il vecchio Belzebù sedeva sulla sua sedia come su un trono. Immobile, semplicemente lasciava aderire tutto il suo peso al cuscino dello schienale: a braccia incrociate, metteva gambe e piedi sotto la maestosa protezione della forza di gravità e ammirava come questi stessero fermi ben piantati a terra. Ogni tanto lasciava penzolare anche testa bocca e palpebre per sentire quanto fosse forte la sua amica gravità; ahimè ogni giorno diventava una presenza sempre più ingombrante. Che ci poteva fare? lui l'accoglieva, incuriosito. Ben presto divenne la sua più stretta conoscente: giorno e notte Belzebù e la Gravità andavano a spasso insieme, ad ogni gesto l'una accompagnava l'altro. Non c'era cosa che Belzebù facesse senza la Gravità: se mentre si lavava i denti o si radeva la barba non sentiva la sua presenza, prolungava l'operazione per ore fino a quando avrebbe sentito gli arti più pesanti. Allora, muoveva solo i muscoli facciali per schiuderli in un sorriso e, contento, continuava la toeletta per godere un po' di più della compagnia della prediletta.
La Gravità era diventata talmente importante per lui che Belzebù cominciò a raccontarle i suoi viaggi immaginari. Il vecchio, infatti, aveva trovato un modo interessante di passare le sue giornate senza fare sforzi: seduto nella sua solita posizione sul trono-sedia, guardava rilassato la finestra davanti a lui. Estate o inverno che fosse non gli importava il paesaggio e nemmeno quello che accadeva nel giardino al di là del vetro: lui viaggiava in miriadi di mondi paralleli, uno diverso dall'altro. A volte gli capitava di passeggiare per un paesaggio di Van Gogh scivolando tra le sue possenti pennellate, altre si ritrovava in un quadro surrealista, altre ancora vedeva città all'avanguardia che nessun pittore si era azzardato a dipingere, fino a quel momento. Ma non solo: visitava case a forma di petalo di rosa, di evidenziatore, di lampada, di computer, vedeva cieli in cui volavano balene, mari popolati da rondini e passerotti e molto altro ancora. Le avventure che viveva erano ogni volta bizzarre e nuove; a volte faticava ad uscire dal viaggio così emozionante, e vi stava per ore e ore dimenticando la realtà.
Così la Gravità cominciò ad accompagnare Belzebù anche nei suoi viaggi immaginari, e che piacere era per lui viaggiare in compagnia! Ora non si sentiva solo neppure a cavallo delle comete più lontane nello spazio; finalmente, dopo tanto tempo, era di nuovo felice. Perché avrebbe dovuto ritornare in questo mondo in cui la Gravità pesava e non era solamente una splendida compagnia? Preferì rifugiarsi per sempre nell'avventura della leggerezza e dell'ignoto.
Ora Belzebù é chiuso nella stanza di un manicomio. "é pazzo - dicono - resta tutto il giorno completamente immobile. Ogni tanto ride, sì, ride con gusto giusto per farci sapere che in qualche modo é ancora con noi. Chissà che cosa accade nella testa di quel pazzo!"

Il vecchio silenzioso Belzebù, con il suo sorriso strampalato stampato in viso, rimarrà un mistero per tutti quanti: nessuno potrà mai immaginare quanti mondi e universi e paesi impossibili stia visitando, in realtà, a cavallo della scia di una cometa.

domenica 25 agosto 2013

Timidezza

Leggera e pacata
abbassa lo sguardo,
immobile.

Sorride,
china la testa, e subito
la sua chioma cela
ogni segreta espressione.

Riemerge
come volto di porcellana
levigato,
inaccessibile.

martedì 20 agosto 2013

Tramonto sulla neve


Alzo gli occhi al di là di quel vetro che porta i segni dell'infanzia, e mi si presenta davanti un deserto desolato di alberi spogli e neve bianca, così freddo ma allo stesso tempo così ardente, sotto la luce del sole al tramonto. Impavido si staglia questo scenario, vibrante di vita, vibrante di immensità.
 Le nuvole, memori del ricordo del sole ormai nascosto, fiammeggiano incendiate di bagliori color ciclamino, pietre incastonate su un cielo indaco. I resti di quel fuoco, come tizzoni non ancora spenti, divampano le loro ultime forze all'orizzonte;  dimentico del luogo, vola in lontananza un uccello, macchia aggraziata in questo teatro di luce così eterno, ma così stupefacente nell'attimo fuggevole in cui si manifesta.


venerdì 16 agosto 2013

Metropolitana a Manhattan

Nelle viscere della città scorre una macchina di morte. Schiere di anime affrettate attendono nella soffocante aria afosa che arrivi il treno, all'improvviso, accompagnato dal suo meccanico frastuono. Stridono le ruote sulle rotaie: le persone sul bordo della banchina tremano vedendo il binario ora colmato dalla velocità inarrestabile della macchina in corsa. Un attimo, e ciò che sono non sarebbe più stato. Il loro viso non dista che una manciata di centimetri, ma non si spostano: sono impedite da enormi pilastri alle loro spalle. Proprio i pilastri che sostengono il peso della città, la loro casa, ora li bloccano, tra la folla, ad un passo dalla morte.


lunedì 12 agosto 2013

Profondità marina

Nel ventre del mare
lontano da ogni cosa
ci stringevamo per mano
per essere invincibili
davanti al solitario silenzio dell'abisso