Vidi lungo la strada scheletri di anime color del
cemento. Con uno sguardo raccontavano la storia che non conoscevo: intensa come
un fulmine a ciel sereno mi arrivó al petto, gelandomi il cuore.
Inesistenti, vivevano; nessuno li vedeva: erano corpi svuotati dal peso
del denaro, resi trasparenti agli occhi del popolo. Carcasse grigie, spente, ma
ancora con un cuore che imperterrito batteva. Avrebbe continuato a battere
finché una raffinata e costosa suola di cuoio, ubriaca, non l'avesse calpestato
a terra per gioco; avrebbe battuto i suoi rintocchi vitali finché una notte
gelida non l'avesse compunto di dolore. Cavalieri di un esercito inesistente,
con la dignità come arma lottano per strappare la propria vita da quel
marciapiede, quando ogni cosa dice loro che senza denaro non sono altro che
ornamenti indigesti della città.Questa è la magia delle silenziose parole scritte: senza il bisogno di essere pronunciate portano alla luce i pensieri più intimi e remoti e li trasmettono appieno anche al più improbabile lettore. Non so dove questo semplice blog le potrà portare..a qualche amico, forse a qualche curioso. Spero di non annoiare chi le leggerà: parleranno di riflessioni che altrimenti resterebbero inespresse, per poi svanire nel nulla.
domenica 3 agosto 2014
I senzatetto
Vidi lungo la strada scheletri di anime color del
cemento. Con uno sguardo raccontavano la storia che non conoscevo: intensa come
un fulmine a ciel sereno mi arrivó al petto, gelandomi il cuore.
Inesistenti, vivevano; nessuno li vedeva: erano corpi svuotati dal peso
del denaro, resi trasparenti agli occhi del popolo. Carcasse grigie, spente, ma
ancora con un cuore che imperterrito batteva. Avrebbe continuato a battere
finché una raffinata e costosa suola di cuoio, ubriaca, non l'avesse calpestato
a terra per gioco; avrebbe battuto i suoi rintocchi vitali finché una notte
gelida non l'avesse compunto di dolore. Cavalieri di un esercito inesistente,
con la dignità come arma lottano per strappare la propria vita da quel
marciapiede, quando ogni cosa dice loro che senza denaro non sono altro che
ornamenti indigesti della città.martedì 17 giugno 2014
A spasso con Marcovaldo
Vieni caro Marcovaldo, seguimi nella natura. Tutto questo ti sembra una
meraviglia, vero? Tu hai vissuto nella città, in quella Milano dominata dal
progresso e da uomini affrettati. Hai scovato la natura nei funghi velenosi di un’aiuola,
una piccola isola verde dispersa nel grigio dell’asfalto; hai provato a sognare
su un rumoroso tram, e ne hai pagato le conseguenze. Non c’è posto, in una
città, per un tipo come te: in ogni tuo tentativo di alzare lo sguardo sopra ai
palazzi inseguendo il volo di un uccello o di chinarti giù giù per osservare
nel dettaglio i più piccoli e teneri fili d’erba sei inciampato nel ridicolo.
Chissà, forse la gente che ti incrociava ti credeva pazzo o semplicemente un
po’ maldestro.
Chiudi gli occhi e sfiora il tronco di questo albero. Senti la sua superficie
liscia, ma allo stesso tempo così vissuta? È un vecchio platano che paziente fa
da guardia agli animali che in lui trovano riparo. Lo percorrono colonne di
formichine affrettate che salgono e scendono e scantonano per le sue fronde: tutto
il giorno faticano senza mai concedersi una pausa per provvedere a quel misero
mucchietto di terra tra le radici. Fermo, non pestarlo! Un tuo gesto maldestro
e tutto il loro duro lavoro è reso vano. Piuttosto fermati un momento e prova
ad annusare quest’aria: stai ben attento a quello che respiri. Senti quanti
piccoli odori s’insinuano nelle narici? Sono tutti così delicati: il profumo
degli alberi, della terra, di qualche rosa sbocciata al sole di maggio.. questa
è quella che i cittadini chiamano “l’aria buona”.
Allora, stai capendo che cos’è la natura? Mi sembri un po’ perplesso:
dici che ti sembra di capire ma allo stesso tempo di non comprendere nulla. Hai
percepito tante cose in questa gita fuori città, ma continui a lasciarti
sfuggire dalle mani il loro senso più profondo. Questa natura genuina – ben
diversa da quella cittadina – non ti sembra poi troppo differente, in fondo: le
formiche, che camminino sul muro di un condominio o sul tronco di un platano
verdeggiante, rimangono sempre piccoli animaletti affrettati. Ti accorgi di non
riuscire ad ascoltare davvero la natura. Forse ti aspettavi di trovare il
paesaggio ridente che hai sempre immaginato invece che squadre organizzate di
insetti e aria priva di odore.
Ecco, mio cittadino, vedo che hai capito: sei un ingenuo sognatore accanito.
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venerdì 18 aprile 2014
La mania di ritrarre
Questa sarà una di quelle che chiamano "passioni": ho sempre amato osservare e ritrarre il reale. Ogni tanto rubo un occhio a un amico e lo metto su un foglio fortuito, senza che se ne accorga; a volte il sorriso di uno sconosciuto finisce per caso sul retro di un volantino pubblicitario. Esploro le ombre, l'onda dei capelli, la morbidezza delle pieghe di un vestito.. e perché no? A volte abbandono matite e carboncino, e rubo un po' di colore anche ad un paesaggio.
Carboncino su A3 |
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| Ritratto di ragazza Matita su A4 |
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| Particolare della "Pietà" di Michelangelo Matita su A4 |
![]() |
| Carboncino su A4 |
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| Schizzo en plein air di campi coltivati Gessi e carboncino su A4 |
giovedì 10 aprile 2014
Il viaggio della memoria: destinazione Auschwitz
Queste sono cose che si vorrebbero dimenticare appena
conosciute.
È un orrore talmente grande che non vorrei nemmeno parlarne:
so che domani quando tornerò dalla mia famiglia le mie parole saranno un
semplice sguardo vuoto. Le descrizioni che farò saranno singhiozzi di frasi
sterili che vorranno parlare attraverso il non detto piuttosto che ampie
descrizioni.
Credo che Auschwitz non sia mai come ci si aspetta.
Ovviamente la grande documentazione che possediamo ci riporta esattamente cosa
sia, ci spiega ogni minimo dettaglio. Eppure non è abbastanza: vedere il luogo
fisico in cui la tragedia si è consumata rende tutto più reale. Non è più una
rappresentazione astratta che puoi giudicare “da fuori”, come davanti a un
libro: vagando per le baracche sei tu, un misero uomo la cui vita può essere
spezzata, un punto senza significato nell’immensità del male. Sei coinvolto in
prima persona, chiamato a guardare ogni dettaglio. Non a giudicare, no:
semplicemente ad ascoltare e capire
i fatti reali lì accaduti.
Penso che tutti almeno una volta nella vita dovrebbero
andare ad Auschwitz: non sbarratevi gli occhi, non fingete di aver capito solo
da qualche libro. Andate, finché potete. Ma non guardatelo con occhi inesperti
e sprovveduti: il vostro è un viaggio nella storia, nell’orrore dell’intricato
mosaico della Seconda Guerra Mondiale.
Ubicazione:
Cracovia, Polonia
giovedì 3 aprile 2014
L'uomo moderno e la perdita di senso
Un vecchio siede, mezzo addormentato. Il suo respiro sommesso lascia intendere quanto gli anni gravino sui suoi polmoni, mentre le palpebre nascondono gli occhi vitrei. Si potrebbe leggere, in quello sguardo nascosto, la storia di mille avventure: la sta ripercorrendo, infatti, a mente, tutta d'un fiato. Scene di vita, di sentimento, di orrore, di malattia.. cos'altro lo aspetta? Solo monotonia. Solo la consapevole attesa di una fine. Solo fantasmi di ricordi come unica compagnia.
Ora mi chiederete: "chi è questo vecchio?". Domanda lecita, certo. Io vi risponderò che il vecchio è chiunque volete che sia. Se lo volete, potrebbe essere il signor Zeno: allora vi figurerete un anziano con una sigaretta accesa in bocca, mentre mormora: "Giuro che questa è l'ultima"; la sua voce rauca, le sue corde appesantite dal fumo vi faranno pensare alle dozzine di portacenere che è riuscito a riempire nella sua vita, dicendo questa frase. Zeno starà pensando, così decrepito, ai suoi sbagli, alle sue incapacità, e soprattutto alle cose che non ha fatto: alla sua inettitudine, dovuta a quello sguardo smarrito con cui ha sempre abbracciato la realtà. Come credete si senta Zeno, in questo momento? A me sembra tanto rammaricato, disilluso. Ha finalmente capito che cosa l'ha spinto, in passato, a non agire, a non raggiungere mai l'obiettivo di turno che si prefissava. Allora aveva inconsciamente già capito il senso delle sue non-azioni e per questo un po' si sente un eroe saggio.
Il vecchio potrebbe invece essere Vitangelo del caro Pirandello. Se è lui, sicuramente starà pensando al momento più importante che ha vissuto: quello in cui ha capito di essere uno, nessuno e centomila nello stesso tempo. Una scoperta magnifica, certo, che gli ha mostrato la realtà frammentata del suo essere. Il povero Vitangelo, però, ha raggiunto la verità troppo presto: cercava disperatamente un io tutto suo, non poteva accettare la realtà, giovane com'era - la saggezza, infatti, si addice ai vecchi. Ora che è alla fine della vita può sedere pacifico e godersi il suo non-nome, la sua non-vita, il suo non-io. Ma quanti travagli per accettare questa quiete!
Se preferite, invece, il vecchio potrebbe essere un personaggio del teatro di Beckett: un Gogo o un Didi che vivono senza storia, senza futuro, senza un senso. Che ci fanno questi sul palco, a recitare l'attesa vuota di un personaggio sconosciuto? Non lo sanno nemmeno loro. Non sanno perché continuano ad aspettare Godot. Mi chiederete: ma perché parli come se la commedia fosse in atto ora? Non sai che è stata ideata anni fa? Cari miei, lo so di certo: ma so anche che Didi e Gogo non sono mai scesi dal palco. Sono ancora lì, seduti sotto all'albero spoglio del palcoscenico ad aspettare, e non se ne andranno mai. La loro barba bianca è ormai così lunga che sfiora il legno del palco, eppure non vanno dietro le quinte nemmeno per radersi. Devono aspettare Godot, altrimenti si arrabbia. Ma chi è questo Godot, e perché aspettarlo? Nessuno lo sa.
Questo vecchio, dunque, è chiunque volete che sia. Se vogliamo esprimerlo con una metafora, è un pirata. Solcato da ferite e storie di braverie, ha passato la vita a scandagliare i mari alla ricerca di un tesoro leggendario: altro scopo non aveva, se non quello di scovarlo. Sembra proprio una fiaba, vero? Ardeva per le avventure in cui s'impigliava, nella sua ricerca: mostri marini, isole selvagge.. e la sera, nella sua amaca ben saldata al legno umido, fantasticava su cos'avrebbe fatto con quelle ricchezze che avrebbe scovato, un giorno. Era felice: nonostante vestisse abiti stracci e le tasche non tintinnassero d'oro, ma di granelli di polvere, sentiva la vita piena, tutto volto com'era al raggiungimento del suo obiettivo. Quelle fantasticherie gli ripagavano ogni fatica: subiva tante pene, ma nessuna gli scalfiva l'animo.
Poi pian piano cominciò a capire e si sentì smarrito. Se prima la più feroce tempesta non lo turbava, ora lo gettava nello sconforto più nero. Il freddo lo faceva ammalare, i carichi pesanti lo rendevano dolorante. Il suo riflesso sull'acqua dei barili rimandava dei bagliori bianchi sul suo capo, e delle increspature profonde sul volto: stava invecchiando. Dunque la sua vita era già scivolata via dalle mani, intento com'era a trovare il tesoro? Eppure nemmeno sapeva se il bottino esistesse o meno. Trascorreva le sue giornate irrequieto, misurando il ponte a lunghi passi, e accoppiando ogni passo con un pensiero. Così, in uno dei suoi pomeriggi pensanti, all'improvviso capì che il tesoro non era altro che una sua illusione. Si sentì come un bambino a cui viene rivelato che non esistono le fate, e che non hanno alcun rapporto con il reale.
Cari miei, scommetto che non avete capito nulla di quello che ho detto. Saranno tante le domande che giustamente vi sorgono: "Che senso ha scrivere di un personaggio che può essere chiunque? Che cos'hanno in comune tutti questi? Non vedo il filo conduttore". Ebbene, io vi dico che volevo parlarvi dell'uomo moderno e di cosa capiti nella testa dell'uomo moderno. Non pensate a questo vecchio come a qualcosa di distante: sebbene sia un personaggio mentale è un nostro coetaneo che respira la stessa aria inquinata e mangia le stesse verdure geneticamente modificate. Guardando bene lui e i protagonisti delle grandi opere del Novecento, riconosciamo che il tratto comune è la mancanza di un senso.
martedì 11 marzo 2014
Edvard Munch, L'urlo
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano
Oggi ho
terminato quel capolavoro di Marguerite Yourcenar intitolato “Memorie di
Adriano”. Oltre all’austerità e all’apparente pesantezza della materia
trattata, fatta di vittorie, leggi e vicessitudini quotidiane di un glorioso
imperatore romano, ho scorto tra le righe l’accuratezza, o meglio, la
profondità di quell’autrice che si era riproposta di confrontarsi con l’antica
Roma e di riviverla appieno.
Più leggevo
più i miei occhi erano avidi di quella magia celata nell’inchiostro; frasi di
riflessione non erano altro che poesia capace di privarmi della forza di
scindermi da esse: come Scilla e Cariddi con il loro canto, mi stregavano e con
un sottile incantesimo mi trattenevano a loro.
Perciò ho impiegato tanto tempo nella lettura: volevo che quella bellezza si imprimesse nella mia memoria rendendosi eterna. Ecco, ho pronunciato proprio quel termine a cui volevo arrivare: bellezza. Quella bellezza di cui Adriano si sentiva responsabile è intrinseca al libro stesso e lo pervade non solo nel registro, ma anche nell’accurata scelta di argomenti e riflessioni. Così mi ammalia il genio di un’autrice che sia riuscita a dar vita a tanta perfezione. Ad ogni passo ricercavo la sua presenza: involontariamente, procedendo nella lettura, pensavo a lei mentre scriveva, mentre rifletteva assorta sugli argomenti da trattare, oppure mentre si chiedeva se le sue sole forze sarebbero bastate a compiere l’impresa prefissata. Solamente leggere l’opera terminata mi provoca un brivido immaginando il lungo percorso che l’ha preceduta. Come evitare infatti il confronto tra la propria identità e quella dell’imperatore, come farsi portavoce di un augusto senza peccare di superba ambizione? Mi sorgono spontanee queste domande, assieme ad altre che di certo hanno assillato la scrittrice durante la stesura. Tuttavia so per certo che la fatica e le notti insonni saranno ripagate con l’immortalità del suo manoscritto: tengo tra le mani un ambizioso classico moderno che continuerà ad affascinare le prossime generazioni.
Perciò ho impiegato tanto tempo nella lettura: volevo che quella bellezza si imprimesse nella mia memoria rendendosi eterna. Ecco, ho pronunciato proprio quel termine a cui volevo arrivare: bellezza. Quella bellezza di cui Adriano si sentiva responsabile è intrinseca al libro stesso e lo pervade non solo nel registro, ma anche nell’accurata scelta di argomenti e riflessioni. Così mi ammalia il genio di un’autrice che sia riuscita a dar vita a tanta perfezione. Ad ogni passo ricercavo la sua presenza: involontariamente, procedendo nella lettura, pensavo a lei mentre scriveva, mentre rifletteva assorta sugli argomenti da trattare, oppure mentre si chiedeva se le sue sole forze sarebbero bastate a compiere l’impresa prefissata. Solamente leggere l’opera terminata mi provoca un brivido immaginando il lungo percorso che l’ha preceduta. Come evitare infatti il confronto tra la propria identità e quella dell’imperatore, come farsi portavoce di un augusto senza peccare di superba ambizione? Mi sorgono spontanee queste domande, assieme ad altre che di certo hanno assillato la scrittrice durante la stesura. Tuttavia so per certo che la fatica e le notti insonni saranno ripagate con l’immortalità del suo manoscritto: tengo tra le mani un ambizioso classico moderno che continuerà ad affascinare le prossime generazioni.
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